lunedì 21 marzo 2016

Segnalazione: Uno sputo di cielo

Segnalo il nuovo lavoro di Watson Edizoni, che stavolta è una raccolta di racconti a cura di Carlo Deffenu, del cui romanzo, "Il clan dei Cari Estinti", vi ho già parlato qui. Il ricavato andrà devoluto all'orfanotrofio di Betlemme.
Lo trovate qui.

“Uno sputo di cielo è quel pezzo di cielo che dobbiamo conquistarci ogni giorno, rubandolo tra i cornicioni dei palazzi, nel riflesso di una pozzanghera, tra le sbarre di una cella, tra le fronde di un albero, nello sguardo di un bambino… piccoli frammenti di sogno, luce e speranza.”
25 scrittori, 12 artisti, l’associazione Ponti non muri, Watson edizioni, tutti insieme per sostenere l’orfanotrofio di Betlemme.
27 racconti dove troverete: pesci volanti, giganti cattivi, bambini prodigio, sirene ammaliatrici, processioni di fantasmi, amori impossibili, viaggi nel tempo, paesi invisibili, stelle bugiarde, panchine d’amore, mosche dispettose, colpi di tacco, streghe e sortilegi, cieli bellissimi e nuvole nere.
Autori: Gianluca Morozzi, Alessandro De Roma, Piergiorgio Pulixi, Riccardo Gazzaniga, Gianfranco Cambosu, Silvia Geroldi, Claudia Crabuzza, Daniela Frascati, Fabio Forma, Francesca Montomoli, Carlo Deffenu, Vincenzo Restivo, Elio Satta, Roberto Alba, Stefano Bonazzi, Giuseppe Marotta, Elena Cabiati, Alessandra Gaggioli, Nunzia Volpe, Massimiliano Ferrone, Lalla Careddu, Stefano Pastor, Simona Baldelli, Francesca Caldiani, Gianni Tetti.
Artisti: Pier Gallo, Anna Ferrari, Ivan Lodi, Giovanni Pastorello, Antonio Lucchi, Roberto Oliva, Lorenza De Luca, Emilio Pilliu, Alessandro Marongiu, Max Mazzoli, Flavia Biondi, Jonathan Fara.
Carlo Deffenu ci racconta che:
“L’idea di Uno sputo di cielo è arrivata alla vigila di Natale del 2014.
Non soltanto scrittura, fantasia, svago, divertimento, ma un progetto più articolato che permettesse ai racconti di superare il limite del virtuale, per incidere profondamente nella realtà. Ho pensato alle opportunità che si potevano offrire a dei bambini nati in una situazione di disagio.
L’associazione Ponti Non Muri è la prima che mi è venuta in mente. Conoscevo il loro lavoro e le tante iniziative culturali che organizzano da anni, e avevo sentito parlare dell’orfanotrofio di Betlemme, gestito da una suora sarda, testarda e tenace. Mi convinco subito che è proprio a loro, a quei bambini senza famiglia e senza futuro, che possiamo donare una possibilità di riscatto. Comincio a contattare diversi scrittori, illustrando la mia idea con parole semplici e chiare. Passano due ore, forse tre, e mi ritrovo travolto da un marea di “Sì” che mi lasciano attonito, perplesso, commosso, emozionato.
Riccardo Gazzaniga mi scrive: “Certo che sei proprio diabolico a chiedermi un racconto per aiutare degli orfani di Betlemme alla Vigilia di Natale. Anche Freddy Krueger ti direbbe di sì!”
Solo in quel momento realizzo che quel giorno è per davvero la vigilia di Natale.
Ho sorriso e mi sono detto: Avanti tutta! Anche Freddy Krueger è dalla nostra parte!”

lunedì 14 marzo 2016

Strade inquiete


STRADE INQUIETE, di Alessandra Litrico
Watson Edizioni, 139 pagine, € 10,00
Genere: narrrativa generale
Voto: 4,5/5


“Strade inquiete” è un romanzo ambientato a Milano, ma scritto da una giovane siciliana.
Si tratta di un’ode alla ricerca della felicità.
Si parte da cinque personaggi insoddisfatti della propria vita, a cui Milano fa da specchio con la sua nebbia e la sua vita fasulla trascorsa in ufficio di giorno e tra locali di notte.
Abbiamo Matteo, avvocato divorzista quarantenne che frequenta la Milano che conta, “che conta i drink, che conta il denaro, che conta, con molta probabilità, oltre un milione di abitanti fragili, soli, in attesa di un miracolo qualsiasi, e di qualcuno che non aspetti la sera per guardarli negli occhi”.
Ci sono Livia e Carla, la prima studentessa di psicologia che non può fare a meno di psicoanalizzare chiunque incontri, la seconda siciliana emigrata con grandi speranze ma che per ora si deve accontentare di un call center.
Poi c’è Luca, che ha aperto un bar sui Navigli ma che alle spalle ha un passato problematico, fatto di incomprensioni familiari e droga.
Infine Diego, il trait d’union, uno scrittore depresso con la sindrome del foglio bianco.
La vita di tutte queste persone cambierà – in meglio? In peggio? – grazie al metampirone, la pillola della felicità, uno psicofarmaco in grado di cancellare i ricordi spiacevoli.
Sarà davvero questa la semplice soluzione a tutti i problemi?
Un romanzo molto bello che ho letto in due giorni (ma giusto perché non posso leggere ventiquattrore al giorno) che esplora magnificamente le inquietudini della nostra società.
La mezza stellina in meno è dovuta a uno stile a volte un po’ aspro (punteggiatura, consecutio temporum), ma che comunque si lascia leggere bene e in fretta.

sabato 12 marzo 2016

Nero Elfico


NERO ELFICO, di Daniele Picciuti
Watson Edizioni, 272 pagine, € 10,00
Genere: weird
Voto: 5/5

Non so se oggettivamente questo romanzo sia un capolavoro o una gran schifezza, però a me è piaciuto molto.
Sia chiaro; non è fantasy, è bizzarro. Genere weird, se vogliamo essere precisi, il che significa che ci sono cose ben strane dentro.
Villaggio di Ponte Spaccato, 450 tra fabbri, muratori, contadini, falegnami e artigiani.
L’arrivo del mezz’elfo Lacero manda nel caos le cose, soprattutto quando incontra (e s’innamora) di Violata, spietata assassina.
La pace del villaggio viene scossa da angeli oscuri, sicari vendicativi, nani che rispecchiano i luoghi comuni sui nani, zombie, licantropi e financo alieni.
Si tratta di un romanzo demenziale, in cui c’è di tutto, in primis molta violenza e molto, moltissimo sesso.
I personaggi, a parte un paio, sono tutti negativi – stronzi bastardi, per essere più precisi – a cominciare dai protagonisti. Lacero è un eroe senza morale, ferrato nella magia elfica e di spada facile. Violata è una pazza assassina ninfomane.
In tutto questo, però, c’è mestiere.
Per sconvolgere i canoni del fantasy in maniera intelligente bisogna conoscerli bene e di sicuro l’autore sa il fatto suo. Credo che il capitolo “Caro Diaio”, che racconta della veloce ascesa al potere e della ancora più veloce ridiscesa dello scemo del villaggio sia una delle cose più intelligenti che io abbia mai letto, un’ottima prova di capacità narrativa (del resto l’autore non è un completo esordiente).
Capisco che questo tipo di romanzo possa non piacere a tutti e, in effetti, se violenza e sesso vi danno fastidio vi consiglio di lasciarlo perdere perché non riuscireste a cogliere la genialità dietro ad alcuni passaggi. Altrimenti leggetelo pure, ma approcciandovi con l’idea di avere un libro bizzarro tra le mani, una sorta di divertissement, un’orgia (per restare in tema) di trovate improbabili.

sabato 5 marzo 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot e la letteratura di genere

Non parlo quasi mai di cinema (essendo questo un blog di libri) però stamattina mi è capitato d’imbattermi in una recensione di “Lo chiamavano Jeeg Robot” che tira in ballo la letteratura di genere e quindi ho deciso di fare un post, anche perché il film mi è piaciuto molto.
“Lo chiamavano Jeeg Robot” è il primo lungometraggio del regista Gabriele Mainetti, con interprete il bravissimo Claudio Santamaria che recita il ruolo di Enzo, piccolo criminale di Tor Bella Monaca che durante un inseguimento della polizia cade nel Tevere e viene contagiato da alcuni rifiuti tossici che lo trasformano in un supereroe.
Mi è piaciuto perché trovo che sia la strada giusta per parlare di supereroi in Italia, lontano dagli stereotipi Hollywoodiani. C’è una grande italianità nel cattivo con alle spalle un passato da imitatore a Buona Domenica e nello scontro finale durante il derby Roma – Lazio.
Il film in sé è molto violento, il che non lo rende adatto a tutti (e non parlo di splatter alla Tarantino, ma proprio di violenza cruda e crudele), però è coraggioso e sicuramente da vedere.
Veniamo all’articolo che ho letto stamane sul sito di Internazionale, a cura di Matteo Bordone (questo), che peraltro è un giornalista con cui di solito concordo abbastanza.
Anche la recensione di “Lo chiamavano Jeeg Robot” è molto condivisibile in alcuni punti, ma mi ha lasciata perplessa in alcune parti.
Cito:
Il cinema di genere in Italia non è mai stato cinema ufficiale, soprattutto perché a noi manca per ragioni storiche una narrativa di genere in qualsiasi forma. C’è un po’ di giallo, ma molto meno che altrove e quasi solo negli ultimi decenni, mentre non ci sono sostanzialmente né fantascienza né horror né avventura. Meglio: tutto questo c’è, ma solo nei fumetti.”
Questa è facile da smentire. La narrativa di genere c’è, solo che viene nascosta da tutto quello che le grandi case editrici le buttano sopra.
Se non si amano i fumetti, le serie di animazione, le storie di supereroi, insomma tutta la narrazione di genere con la sua capacità di vivere a cavallo tra la normalità quotidiana e l’epica, come nell’immaginazione di un adolescente, non è il caso di andare a vedere questo film.”
Questa è la parte più strana. Lo dico da fruitrice di letteratura di genere (che poi è una definizione che odio) e quindi forse sono un po’ di parte, ma questo a me non è parso un film strettamente “di genere”.
Sì, c’è il supereroe, ma la faccenda si ferma lì.
Batman VS Superman sarà di genere. Questo film, secondo la mia opinione, è molto molto di più. È una rappresentazione durissima della realtà al pari, e forse anche meglio, del cinema impegnato. Sarebbe stato benissimo in piedi anche se Enzo non avesse avuto superpoteri.
Quello che voglio dire è che c’è, come al solito, la tendenza a sminuire tutto ciò che si discosta un po’ dai canoni. Supereroi deve essere per forza = fumetti = roba da adolescenti, ma non è così. È questo che il film dimostra, al di là del fatto che si possono raccontare le storie di supereroi anche in Italia.
Perciò, per favore, se andrete a vederlo staccatevi dal preconcetto che si tratta di un film di genere. Lo apprezzerete molto di più.

giovedì 3 marzo 2016

L'anno della morte di Ricardo Reis


L'ANNO DELLA MORTE DI RICARDO REIS, di José Saramago
Feltrinelli Editore, 324 pagine
Genere: narrativa generale
Giudizio: abbandonato

Ho abbandonato “L’anno della morte di Ricardo Reis” a tre quarti.
Di solito Saramago mi piace molto, ma per questo romanzo ho fatto proprio una gran fatica.
Il problema, secondo me, è che per un portoghese questo libro è stupendo, o quanto meno per uno che conosca bene tutta l’opera di Pessoa.
Dato che io non sono portoghese (non sono mai nemmeno andata in Portogallo) e non conosco tanto Pessoa ho capito metà delle cose che ho letto.
Comunque è un romanzo interessante, che ha in sé tutta la genialità e la filosofia pratica di Saramago.
Ricardo Reis è uno degli eteronimi di Pessoa.
Un eteronimo è molto più di uno pseudonimo; è una sfaccettatura della personalità del poeta.
Pessoa ne utilizzò diversi nella sua carriera letteraria, inventando per ognuno di essi una vita, con data di nascita e di morte, tranne che per Ricardo Reis.
Medico portoghese emigrato in Brasile, non si sa in quale anno egli morì.
Saramago se ne appropria e lo fa tornare a Lisbona nel 1936, anno della morte di Pessoa.
Qui egli vive per un po’ in un albergo, intrecciando delle relazioni sentimentali con una delle cameriere e con un’ospite della struttura, salvo poi trasferirsi in un appartamento suo per riprendere la sua professione.
La cosa curiosa è il fantasma di Pessoa che se ne va in giro per le strade della città, comparendo ogni tanto a Ricardo. Dico che è curioso perché sono l’uno l’altro, rendendo tutto sommato questo un romanzo che parla di Pessoa più che di Reis, anche se Saramago riesce a dare un involucro perfetto di carne e sentimenti a questo personaggio altrimenti etereo.
Sullo sfondo c’è il 1936, il che vuol dire la guerra in Libia, l’avvento della dittatura franchista in Spagna, il fascismo in Italia e il nazismo in Germania.
Un libro da leggere con calma (forse non era il momento giusto per me) con quel pizzico di realismo magico che caratterizza questo autore.

martedì 1 marzo 2016

I libri del mese: Febbraio 2016

Mese decisamente fiappo, questo, anche se solo in apparenza.
Non ho libri acquistati perché sono stata una brava risparmiatrice (ma marzo è il mese del mio compleanno e mi rifarò).
Per quanto riguarda i libri letti, c'è solo Hyperversun Next ma, come dicevo, è solo apparenza. In realtà ho letto tre quarti de "L'anno della morte di Ricardo Reis" ma a un certo punto mi sono interrotta. Ora l'ho ripreso in mano e lo finirò.

LIBRI LETTI

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