lunedì 4 aprile 2016

I cavalieri del nord


I CAVALIERI DEL NORD, di Matteo Strukul
Multiplayer Edizioni, 433 pagine, € 16,90
Genere: fantasy storico
Voto: 3,5/5

“I cavalieri del nord” è un romanzo storico con una punta di fantasy ambientato nella Transilvania del 1200.
I cavalieri del titolo sono i Teutoni, cavalieri crociati abbastanza ignorati dalla letteratura, al contrario dei loro cugini Templari.
Anche l'ambientazione è piuttosto originale perché, a parte Dracula, non ci sono molti romanzi che si svolgono in Transilvania.
Per questo l'ho letto. Un po' perché mi affascinava il soggetto, un po' perché ero curiosa di capire come scrive questo autore.
Diciamo che non mi ha entusiasmata più di tanto per varie ragioni che dopo spiegherò, ma per ora la trama.
Un manipolo di Teutoni deve percorrere millemila miglia dalla Russia alla Transilvania per portare rinforzi al forte di Dietrichstein, assediato dall'alleanza tra Cumani e Magiari, giustamente contrari al fatto che un gruppo di uomini con il mantello si prenda le loro terre e imponga loro una divinità straniera.
Del manipolo di Teutoni fa parte anche Wolf, un giovane cavaliere di diciassette anni con un passato di orfano salvato dai lupi.
Al passaggio in un villaggio, i crociati trovano Kira, una giovane con la schiena solcata da strani segni blu accusata di stregoneria.
Wolf perde istantaneamente la testa per lei e la salva, causando non poco imbarazzo al suo Maestro (dato che i Teutoni dovrebbero rispettare la regola della castità).
Da quel momento una maledizione sembra abbattersi sui cavalieri, che impazziscono per uno strano morbo.
Sarà un incantesimo della strega? E riusciranno i Teutoni a raggiungere Dietrichstein in tempo?
Credo che ci sarà un seguito, perché lo svolgimento non è concluso.
Ci sono cose buone e cose che, come ho detto prima, non mi hanno convinta, perciò esaminiamo un aspetto alla volta.
La trama.
Potenzialmente poteva essere una bomba, ma non l'ho trovata ben approfondita. Le millemila miglia passano via quasi in un soffio e senza accorgersene quello che si preannunciava come un viaggio epico arriva a conclusione.
Ne è testimone la mappa alla fine del libro, che riporta accanto a una serie di nomi di villaggi la dicitura: Wolf e i suoi sono passati di qui. Mi aspettavo che nel libro i passaggi fossero descritti e che in ogni luogo accadesse qualcosa, invece no. In un capitolo siamo in Lituania, quello dopo già in Galizia e poi arriviamo a Dietrichstein, e i villaggi non sono nemmeno nominati.
Si tratta di una scelta ponderata dell'autore per non tirarla troppo per le lunghe? Probabilmente sì, ma date le premesse del libro mi attendevo qualcosa di più da questo viaggio.
Inoltre le cose importanti (come il morbo, come il fatto che all'inizio Wolf porta la cotta di maglia sulla pelle) sono appena accennate e poi quasi del tutto dimenticate. Uno che porta la cotta di maglia sulla pelle per quindici giorni non dovrebbe uscirne pesto e dolorante? Invece pare che a Wolf non faccia né caldo né freddo.
La parte ambientata al castello invece è molto bella e, in effetti, si tratta delle ultime cento pagine in cui il libro si risolleva.
I personaggi sono la parte migliore, ma non tutti.
Wolf, che dovrebbe essere il protagonista, è quello meno approfondito. Di lui sappiamo solo che da piccolo è stato salvato dai lupi da un maestro Teutone. Immaginiamo il resto, ma vorrei sapere come può apprezzare il libro una persona con poca immaginazione.
I personaggi femminili invece sono molto buoni.
Oddio, quando ho letto di segni blu sulla pelle immaginavo che Kira fosse pitta e già mi chiedevo ansiosa che cavolo ci facesse una pitta in Russia nel 1240, invece la sua storia e la sua provenienza sono diverse, anche se comunque interessanti.
Quella che tiene su il romanzo, comunque, è Vjsna, una sheildmaiden cumana, cioè una donna guerriera, un capo vero e proprio. Vjsna ha un motivo più che legittimo per odiare i Teutoni e il suo personaggio è quello meglio trattato.
Veniamo ora allo stile.
Stukul ha uno stile molto visuale, se così si può dire. Di sicuro sa usare le parole per trasmettere immagini e fa un grande uso di metafore. Il risultato è una narrazione sontuosa, evocativa.
Per farvi capire, ecco l'inizio del capitolo 2, che parte subito dopo la conclusione di una battaglia: “Quello sopra di lui era un cielo coperto di sangue. Ora. Wolf rimase a guardare il piombo arrossato che lo fissava dall'alto mentre le nuvole morivano come agnelli al macello.”
Questi stile è molto apprezzabile, perché per quanto sia ricercato è perfettamente scorrevole e piacevole da leggere.
Però qua e là nel romanzo ho trovato un paio di difettucci, che magari a chi è meno rompiballe di me che cerco l'ago nel pagliaio non saltano all'occhio, e anzi, magari me li invento io, però ho bisogno di dirlo.
Intanto, credo che a volte il registro non sia adeguato all'epoca storica, sopratutto nei dialoghi e nelle parti in soggettiva. Un esempio su tutti: “Hey” come vocativo. Non so se nel 1240 le persone si appellassero così, ma ho qualche dubbio.
Peraltro, per fare un inciso divertente, si sente che l'autore è un giurista, dato che a un certo punto parla di “vedute”. Solo i giuristi parlano di vedute.
Poi in tutto il testo ci sono diverse ripetizioni sia di parole (non so quante volte ho letto “arco cremisi”) sia di concetti; e proprio quest'ultimo aspetto inficia un po' il ritmo.
Ultimo aspetto su cui vorrei soffermarmi è la componente fantasy. Ce n'è pochissimo, tanto che direi che il romanzo è un low fantasy, ma quel poco che c'è è utilizzato come deus ex machina, cosa che non si dovrebbe fare...
In conclusione.
Vedete che ho scritto un papiro, quindi questo romanzo non mi è passato sotto gli occhi come l'acqua di un fiume, giusto per restare nelle similitudini.
È interessante perché è ben documentato, perché i combattimenti sono descritti benissimo, perché ha dei personaggi davvero buoni. Però, in generale, credo che il potenziale sia andato un po' sprecato.

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