domenica 19 giugno 2016

Non è un mestiere per scrittori


NON E' UN MESTIERE PER SCRITTORI, di Giulio D'Antona
Minimum Fax, 346 pagine, € 13,00
Genere: saggio
Voto: 5/5
 
In questo piccolo reportage narrativo edito dal Minimum Fax, il giornalista culturale Giulio D'Antona ci porta alla scoperta del mestiere del libro negli Stati Uniti; più precisamente, del mestiere del libro a New York, dato che è lì che si concentra la più grande parte dell'industria editoriale americana.
Gli Stati Uniti sono il paese delle opportunità, e questo vale anche in campo letterario. Tantissimi aspiranti scrittori si trasferiscono a New York alla ricerca dell'editore per il loro primo capolavoro, trovandosi a scrivere nei caffè; tantissimi seguono corsi universitari di scrittura, gli MFA, nella speranza che questo riesca ad aprire loro le porte dell'editoria.
In generale, ho avuto l'impressione che in America quella dello scrittore sia ancora considerata una figura estremamente romantica, o quanto meno mitica come lo erano i grandi autori del passato. Tutti sognano di diventare Salinger, e tutti sono alla ricerca del nuovo grande romanzo americano.
D'Antona ci dà un'analisi estremamente chiara ed estremamente lucida del settore, analizzandone un aspetto differente in ogni capitolo: scrittori, editori, agenti letterari, librerie, indipendenti e self publisher, fino all'aneddoto della ricerca di Philip Roth. Intervista molti professionisti, riporta dettagli intriganti e s'interroga come tutti sul futuro del libro.
Credo che questo reportage sia molto utile a coloro che lavorano nel settore, anche in Italia, sopratutto agli aspiranti scrittori (che, mi duole dirlo, spesso non capiscono una beata fava di come funzionano le cose). Perché, in effetti, a ben pensarci non ci sono differenze così abissali tra noi e gli Stati Uniti.
Qualche punto di distacco esiste. Intanto in America non arrivi a un editore se non hai un agente ma, sopratutto, la differenza sta nella quantità di denaro a disposizione, che lì è molto di più di quello che abbiamo noi.
Ogni casa editrice dà un anticipo agli autori, anche quelle più piccole. Da noi è già tanto se ti pagano i diritti d'autore, e questo vale per i piccoli editori ma anche per i grandi. Non so se sia un effetto del capitalismo oppure se semplicemente in Italia si divertono a prenderti per quel posto, ma i fatti sono questi.
Per il resto gli scrittori, gli editori, i librai sono uguali in ogni parte del globo. Le logiche di mercato sono sempre le stesse, anche se il mercato degli Stati Uniti è molto più chiuso e fa arrivare poco dall'estero, perché tanto gli scrittori lì sono così tanti da riuscire a coprire il fabbisogno dei lettori. Anche in America gli scrittori non possono scrivere e basta, ma sono spinti sempre di più verso l'autopromozione; la fama fa parte del gioco, così come i tour di presentazione, le interviste, le comparsate in televisione, fino alla vendita dei diritti per le serie televisive.
Tra le frasi che mi hanno più colpito questa: “Il proliferare dei corsi di scrittura creativa ha la cattiva fama di esistere solo per riempire il mondo di scrittori che parlano la stessa lingua. Per tradizione, il minimalismo di scuola carveriana”.
Mi ha colpito perché avevo fatto lo stesso discorso riferito all'Italia con la mia insegnante di redazione editoriale, che mi aveva fatto osservare come da noi chiunque esca da una determinata scuola di scrittura sia un piccolo clone al ribasso di quel famoso autore che comincia per B. Questo per dirvi quanto il mondo è paese, ecco.
In conclusione, un libretto davvero bello e interessante, supportato da un lavoro di giornalismo notevole.

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