lunedì 8 agosto 2016

Silhouette e Il cinghiale che uccise Liberty Valance

Premessa.
Questo post conterrà due recensioni in uno, perché ho due libri di cui parlare e mi sembrava dispersivo farci due post.
Il fatto è che ho terminato di leggere Silhouette sabato ma non ho fatto in tempo a scriverci due righe perché ero svaccata in piscina prima e sul divano a guardare le Olimpiadi poi (e in mezzo dovevo finire di editare un capitolo). In contemporanea ho iniziato e deciso di abbandonare Il cinghiale che uccise Liberty Valance, perciò mi sono trovata oggi con questo accumulo di recensioni.


SILHOUETTE, di Justin Richards
Armenia Edizioni, 207 pagine, € 12,50
Genere: fantascienza
Voto: 5/5
Consigliato: se avete un debole per Peter Capaldi, pensate che Strax sia geniale o semplicemente vi piacciono le atmosfere vittoriane

L’autore di questo romanzo, Justin Richards, è anche l’autore di quel noiosissimo disastro che era “La pestilenza dei Cybermen”. Quando mi è venuto in mente mi sono detta: oh, no, questo libro sarà uguale, e invece mi è piaciuto, tanto è vero che l’ho finito in due giorni.
Sarà sempre merito del Dodicesimo Dottore? Può darsi; Capaldi ha dato una caratterizzazione talmente precisa al personaggio che credo che anche la semplice descrizione di lui che va a fare la spesa possa risultare avvincente. Inoltre in questo romanzo c’è Strax, che secondo me è uno dei personaggi più azzeccati della serie (un alieno con la testa a forma di patata estremamente bellicoso che tenta a modo suo di adattarsi alla vita della Londra Vittoriana).
Perciò, possiamo dire che in questo caso Richards aveva vita facile; era difficile sbagliare un romanzo del genere.
La trama: Il Dottore e Clara notano un picco di energia sospetto nella Londra di epoca vittoriana e vanno a indagare. Lì ritrovano dei vecchi amici: la donna lucertola Vastra, la sua cameriera Jenny e il Sontaran Strax. Un uomo è stato misteriosamente ucciso in una stanza chiusa a chiave e degli origami a forma di uccelli sembrano essere volati via. La chiave del mistero risiede nella Fiera delle Curiosità, una specie di circo dei freak lungo un Tamigi ghiacciato.


IL CINGHIALE CHE UCCISE LIBERTY VALANCE, di Giordano Meacci
Minimum Fax, 452 pagine, € 16,00
Genere: lierary fiction
Voto: abbandonato
Consigliato: se avete tanto tempo e tanta pazienza. Magari arrivando fino alla fine è un bel libro


Ho letto cinquanta pagine di questo romanzo, ma in realtà avevo già deciso di abbandonarlo dopo tre righe.
Sia chiaro, potrei farci un commento del tutto oggettivo: non sono riuscita a leggerlo perché il linguaggio è troppo barocco e non ho capito nulla.
Invece mi sento di scendere un po’ nel personale e fare un commento “di pancia”, perché sinceramente mi sono sentita presa in giro a ogni riga. E sapere che ci ho buttato dei soldi mi fa arrabbiare; la prossima volta devo stare attenta a leggere almeno una pagina prima di acquistare un libro, e non gettarmi a occhi chiusi perché ne ho sentito parlare in giro o perché mi piacciono copertina e titolo.
Se uno guarda che cosa leggo di solito potrebbe pensare che, essendo una cultrice della letteratura di genere, in realtà io non sia in grado di apprezzare la literary fiction.
Mah, può essere. Forse sono troppo provinciale e poco colta per capire questo romanzo; in tal caso mi scuso preventivamente con l’autore per quello che dirò, ma sinceramente leggere un libro che inizia con la frase “Il respiro curvo del vento e l’asma ghiacciato degli ultimi dèi rimasti ci porta nel cuore pietroso di Corsignano” la fa venire a me, l’asma.
Il romanzo è da così a peggio. Un linguaggio talmente articolato che anche con due/tre riletture è difficile da capire. E poi va spesso a cascare in errori di sintassi da paura, robe che non si capisce nemmeno qual è il soggetto della frase. Mi sento male per il povero editor che ha dovuto lavorarci, sempre che qualcuno abbia avuto il coraggio di metterci mano.
Ma perché scrivere un libro così, mi chiedo? È uno sfoggio di erudizione? Una prova per vedere quanti intelligentoni riescono ad arrivare fino alla fine per poter misurare il grado intellettivo dei lettori italiani? Ripeto, io sarò anche stupida, ma non ho voglia di perdere tempo con questo libro.
Avesse una trama, poi. In cinquanta pagine ci sono stati solo una serie di flash su personaggi di cui mi dimenticavo l’identità alla riga successiva (per forza, in questo mare magnum di parole sarà stato difficile per l’autore prestare attenzione a cose marginali come la trama o la caratterizzazione dei personaggi).
Davvero, non capisco il senso di questa operazione. Limite mio, d’accordo. Magari si tratta davvero di un capolavoro della letteratura. Eppure, io preferisco passare al libro successivo.

2 commenti:

  1. Non sono d'accordo con quanto da lei scritto riguardo al libro di Giordano Meacci. Anche io ho avuto delle perplessità all'inizio perché non avevo mai letto niente di simile prima e i salti indietro e avanti dei capitoli mi davano parecchio fastidio perché non permettevano una lettura costante. Andando avanti però ho scoperto e capito che il libro è in parte scritto come parlerebbero gli abitanti del paese e quindi non in modo perfetto. Si tratta di un libro descrittivo al punto da farlo sembrare la stesura di una sceneggiatura più che un romanzo ma va bene così perché gli stati d'animo devono essere descritti dettagliatamente e anche il paese inventato deve farsi conoscere. A me non piacciono i libri di finzione ma un cinghiale che comprende le parole degli umani e il loro significato non lo vedo così fuori dal normale. Gli animali anche se selvatici, vivono nel nostro stesso territorio, imparano a convivere con noi e mi piace pensare che dopo tanti anni di sopravvivenza nonostante le battute di caccia, qualcuno si eleva dalla massa e raggiunge un grado di intelligenza diversa da quella dei suoi simili. Come noi diventiamo più saggi con l'avanzare dell'età. In più il dizionario di cinghialese rende bene l'idea di veridizione. Non è un cinghiale che parla in italiano ma la sua lingua che viene messa a nudo. Non vi è una trama lineare e cronologica e alla fine le storie rimangono senza una fine come accade proprio nella realtà o nella vita di paese in cui si sa un po' di tutti ma mai tutto. Invito chiunque stia leggendo questo romanzo o ne abbia l'intenzione, di portarlo a termine nonostante le descrizioni pesanti ma necessarie per la comprensione dell'insieme. È un'opera diversa (almeno per me) perciò utile a capire l'esistenza di stili differenti della letteratura italiana.

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    1. Buongiorno, grazie per la sua opinione. Io ne ho lette cinquanta pagine, quindi non sono arrivata a esprimermi sulla questione del cinghiale, che comunque era interessante. Il problema più grande secondo me è il linguaggio, che è davvero troppo troppo costruito, tanto da rendere molto difficoltosa la lettura. Se si vanno ad analizzare certe frasi si scoprono problemi di sintassi. Un libro può essere bello anche senza costringere il lettore a tornare indietro a ogni riga e smontarla pezzo per pezzo per capire che cosa voglia dire; a me questo fa perdere il piacere della lettura e, come ho scritto, non comprendo il motivo di tale esercizio di stile.

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