domenica 11 settembre 2016

Doctor Sleep


DOCTOR SLEEP, di Stephen King
Sperling&Kupfer, 517 pagine, € 19,90
Genere: horror
Voto: 4/5
Consigliato se: non attendevate altro che il sequel di Shining 

Che fine ha fatto il bambino di Shining?
Tutti ce lo siamo sempre chiesti. Volevamo sapere se fosse rimasto traumatizzato dal fatto che suo padre, posseduto dallo spirito malvagio di un albergo, avesse provato a ucciderlo.
Se l’è domandato in tutti questi anni anche Stephen King e il risultato è “Doctor Sleep”, che vede come protagonista un Daniel Torrance cresciuto.
Dato che la mela non cade mai troppo lontana dall’albero, Dan ha imboccato la stessa china discendete di suo padre, quella dell’alcolismo, sebbene la sua motivazione sia da ricercare nel desiderio di mettere a tacere la luccicanza e i suoi fantasmi.
Contrariamente a quanto accadeva a Jack, però, Dan riesce a uscirne aiutato dagli Alcolisti Anonimi. Si ricostruisce così una vita in una cittadina del New Hampshire, dove diventa inserviente di un ospizio e aiuta con i suoi poteri a rendere più dolce ai pazienti il momento del trapasso, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Dottor Sonno”, Doctor Sleep per l’appunto.
Ben presto la sua strada s’incrocia con quella di Abra, una ragazzina in possesso della luccicanza più splendente mai vista. Abra è in pericolo perché è stata presa di mira dal Vero Nodo, un gruppo di “vampiri” che si nutrono di luccicanza.
Stephen King si è un po’ sbiadito con il tempo, o magari sono io a essere cresciuta, ma non ritrovo nei suoi libri più recenti lo stesso brivido che sapeva darmi una volta.
Anche questo “Doctor Sleep” è un bel romanzo, ma ha quel qualcosa d’indefinibile che non mi ha convinta al 100%.
Sopratutto il personaggio di Abra non mi ha convinta. Non voglio spoilerare, perciò mi limito a dire che non ho ritrovato in lei le caratteristiche che dovrebbe avere una ragazzina di 13 anni. Per quanto la luccicanza la renda particolare, si comporta un po’ come una vichinga selvaggia, il che andrebbe benissimo se fossimo in Norvegia nel 1000 d.C., ma un po’ meno negli Stati Uniti del XXI° secolo.
Un po’ in generale nel romanzo manca quella morale propria dell’uomo comune occidentale, che dovrebbe provare almeno un po’ di rimorso dopo aver sparato in testa a qualcuno, sebbene per autodifesa.
Non so se sia la conseguenza dell’11 settembre (citato nel romanzo) che ha fatto sentire gli americani autorizzati a uccidere i cattivi senza problemi, o sia proprio una scelta dell’autore questa dicotomia netta tra bene e male come nei romanzi di high fantasy.
I cattivi, poi, non sono così cattivi. È vero, uccidono i ragazzini, ma è una questione di sopravvivenza. Sono come i leoni che ammazzano le gazzelle.
A parte ciò, come sempre nei romanzi di King emerge il sentire della vita a stelle e strisce che noi lettori d’oltreoceano tutto sommato amiamo; piccole cittadine, bar malfamati e motel, e persino il popolo dei camper.

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